Software Autoprodotti: Intervista a Riccardo Gerosa

Benché sia relativamente giovane, l’informatica è ormai una parte essenziale della vita di tutti. Direttamente o indirettamente influenza il lavoro, il tempo libero e tanto altro, ma spesso viene vista come qualcosa di oscuro e lontano dalla vita reale. Il mondo informatico spesso viene spesso associato a non meglio precisati “esperti”, scoraggiando la persona comune dal provare ad utilizzare un PC per qualcosa che vada oltre ad uno sporadico passatempo. C’è chi ne ha fatto una passione quando ancora il computer non era così diffuso, e ha esplorato i campi in cui potesse essere addirittura lo strumento definitivo per supportare le proprie capacità e conoscenze provenienti dai campi più disparati.
Parliamo oggi con Riccardo Gerosa, che è forse la voce più adatta per spiegare come una persona ricca di curiosità inventiva e voglia di fare da se, possa sviluppare le proprie passioni tramite l’uso di uno strumento tanto eclettico quale il computer.

D: Comincia pure con il presentarti a chi sta leggendo, magari dando alcune coordinate su di te come persona, tanto per far capire meglio chi sei prima di parlare di ciò che fai.

R: Mi chiamo Riccardo (ma mi conoscono anche come Gero, h3r3 o Here), ho 31 anni e, riassumendo, sono uno a cui piace giocare con la tecnologia, soprattutto quando si tratta di utilizzarla per creare qualcosa. Si può dire che ho sempre fatto del DIY in vari campi che fondono informatica e creatività. Mi sono occupato soprattutto di programmazione, ma anche di computergrafica, musica elettronica e fotografia digitale. E’ un settore molto vasto ed in continua evoluzione, non finisco mai di osservare come gli avanzamenti tecnologici aprano nuove opportunità in ambito artistico. Questa passione l’ho portata avanti nel tempo libero, ma ha determinato anche il percorso dei miei studi e poi della mia
professione, infatti sono laureato in informatica e mi occupo di sviluppo di software.

D: Adesso che sappiamo qualcosa di te, sarebbe sicuramente interessante conoscere qual è stata la prima scintilla che ti ha avvicinato a ciò che poi sarebbe diventata una passione così importante quale programmazione. C’è stato un evento particolare o è stato qualcosa che hai ritrovato quasi naturalmente nella tua vita?

R: Non mi sembra che ci sia stato un momento preciso ma sicuramente l’arrivo del primo computer in casa mia, un Commodore 64, fu per me un evento epocale. Avevo circa 7 anni, e quando lo vidi fui incuriosito dal testo sullo
schermo, dai suoni e dai colori. Volevo assolutamente scoprire a cosa servisse e come funzionasse. Probabilmente la mentalità che mi ha guidato e mi guida tuttora è nata ancora prima… giocando con il Lego. Per me programmare è come prendere dei mattoncini di Lego e metterli uno sopra l’altro per costruire qualcosa, avendo spesso solo una vaga
idea di quello che sarà il risultato finale, ma sapendo che l’atto stesso di costruire mi darà nuove sfide da affrontare e nuove soddisfazioni.

D: Negli anni hai creato o partecipato a parecchi progetti, anche molto differenti tra di loro per quanto ne riguarda l’ambito… Web, demo-scene, grafica, musica sono solo alcuni campi. Puoi fare un veloce elenco di quelli ai quali sei più affezionato o che comunque ritieni più importanti per te e il perché hai scelto proprio quelli?

R: Uno dei miei primi progetti che ebbe una qualche utilità risale agli anni del liceo, e si chiamava “Bollettometro”. Era un piccolo programma gratuito che permetteva di tenere sotto controllo le spese di connessione ad internet. Ebbe una discreta diffusione e venne anche allegato ad una rivista, ma poi con l’avvento delle tariffe Flat e dell’ADSL questo tipo di programma non fu più necessario. Ricordo con piacere questo programma, perché fu il primo software che realizzai ad essere utilizzato da molte persone.

Parallelamente agli studi universitari mi occupai invece di un software musicale Open Source chiamato Knack. Poiché avevo iniziato a suonare in un gruppo mi venne l’idea di provare a creare io stesso un programma che producesse i suoni
utilizzati dalla mia tastiera. Lavorai a questo software nei ritagli di tempo per diversi anni, ed aggiunsi anche la possibilità di produrre suoni utilizzando una tavoletta grafica. Fu divertente osservare le reazioni della gente ad uno strumento così fuori dal comune quando la utilizzai dal vivo nei concerti. Un capitolo molto importante, relativamente ai miei progetti informatici, fu sicuramente quello relativo alla demoscena. Venni a contatto con questo mondo quando avevo all’incirca 18 anni. Fu un periodo ricco di esperienze nuove e mi permise di conoscere gente in gamba e fuori dal comune.

D: Non credo che in molti sappiano cosa sia la demo-scene, potresti magari presentarla brevemente a chi non la conosce?

R: La demo scene (o demoscena italianizzando) è l’insieme delle persone e degli eventi che sono in qualche modo legati alla produzione di “demo”. Una demo è un programma per computer che mostra una serie di effetti grafici ed animazioni accompagnati da musica. Per certi versi una demo somiglia ad un videoclip musicale, ma con una grafica che è totalmente generata dal computer, ha quindi una aspetto che è tendenzialmente più simile a quello dei videogiochi che a quello di un film o di un cartone animato. Ci sono demo che mostrano scene 3D che raccontano una storia e altre che mostrano effetti grafici astratti. La scena demo è un fenomeno abbastanza underground, nel senso che non è molto conosciuto al di fuori dal gruppo di coloro che ne fanno parte. E’ un ambiente che non ha mai raccolto interesse al di fuori di un ristretto gruppo di appassionati, forse anche perchè non è mai stato pubblicizzato quanto meriterebbe.
Inoltre una demo è un po’ più difficile da fruire rispetto ad altre espressioni artistiche perché richiede di andare su un sito, scaricare un file, scompattarlo e lanciarlo su un computer che abbia le caratteristiche adeguate. La demoscena esiste più o meno da quando hanno iniziato ad esserci dei computers ad uso personale. Le primissime demo erano realizzate da ragazzi affascinati dalle capacità di questi primi computers. Internet non esisteva ancora, e quindi vennero a crearsi delle comunità geograficamente ristrette di ragazzi che si scambiavano dischetti, o che chiedevano ai negozianti di computer di mettere i propri lavori sui computer esposti in negozio. Era una vera propria sfida a chi
riusciva a creare l’effetto più spettacolare e a superare tutti gli altri in quanto a complessità e qualità della grafica o della musica. Sul finire degli anni 80, nel periodo in cui iniziò a diffondersi l’Amiga, le demo iniziarono ad essere utilizzate anche come animazioni introduttive di giochi e programmi piratati, in questo modo ebbero la possibilità di diffondersi e di diventare un fenomeno più diffuso e conosciuto. Infine, con l’arrivo di Internet, la scena poté finalmente diventare
un fenomeno globale. Oggi le demo vengono create da gruppi di ragazzi sparsi in tutto il mondo, che collaborano e si scambiano informazioni e codice attraverso la rete. Ogni anno vengono organizzati dei “demo-party” ovvero degli eventi in cui i diversi gruppi portano le loro produzioni, le quali vengono proiettate su maxischermi davanti a centinaia di persone. Le migliori demo vengono poi valutate e premiate. Purtroppo in Italia la scena demo ha sempre avuto una diffusione limitata. Negli anni 80 e 90 c’erano diversi gruppi attivi, alcuni dei quali ebbero anche un discreto successo.
Oggi credo che gli “sceners” ancora attivi, in Italia, si possano contare sulle dita di una mano, a differenza del nord Europa, in cui continuano ad esserci nuove produzioni e demo-party.

D: Da questa spiegazione è facile vedere quanto sia importante il legame tra lo strumento “informatica” e i concetti di DIY e di collaborazione, proprio tra persone che sviluppano insieme un progetto utilizzando ognuno il proprio talento in ambiti differenti (musica, grafica, programmazione, …). Trovi che questa esperienza abbia avuto un ruolo così importante anche per te?

R: Proprio l’esperienza nella demoscena fu per me molto istruttiva da questo punto di vista. Venni a contatto con la scena nel ’98, grazie ad alcuni articoli pubblicati su una rivista sui videogiochi (TGM) e a degli amici che avevano già visto alcune demo. Iniziai quindi a frequentare delle chat su Internet, in cui conobbi alcuni scener italiani. Per me fu una
rivelazione, perché già per conto mio realizzavo effetti grafici, senza sapere che molti altri avevano la mia stessa passione. Nel giro di poche settimane già facevo parte di un gruppo ed iniziai a lavorare ad una demo insieme a ragazzi che abitavano a centinaia di chilometri di distanza e che non avevo mai incontrato di persona. Rimasi colpito dalle capacità e dalla dedizione dei vari componenti del gruppo, ognuno dei quali si occupava di un particolare ambito in
cui era esperto: chi del codice, chi della musica, chi della grafica. Il risultato finale, sebbene non fosse nulla di eclatante, era sicuramente un qualcosa il cui valore totale era maggiore della somma delle varie parti che ognuno aveva apportato.
Finimmo di preparare la nostra prima demo ad un demo-party italiano (il TIG di Pescara) dove per la prima volta incontrai gli altri membri del mio gruppo e gli altri scener italiani. E’ difficile descrivere l’emozione e l’ansia che qualcosa potesse andar storto mentre il nostro lavoro veniva proiettato davanti ad un pubblico.

D: A parte questa parentesi per il resto hai portato avanti parecchi altri progetti autonomamente, alcuni spesso legati ad un’altra tua passione: la musica.

R: La passione per la produzione musicale per me è un qualcosa di molto più recente. Tornando a casa dopo uno dei miei ultimi demo-party iniziai a pensare al fatto che la componente di una demo di cui non avevo quasi alcuna conoscenza era il lato musicale, e mi misi a fantasticare sulla possibilità di creare una demo interamente realizzata da me, anche nella musica. Fu solo un’idea, ma diversi anni dopo mi accadde quasi per puro caso di ritrovarmi a strimpellare un piano, senza esserne capace, insieme a degli amici che suonavano altri strumenti. Al di la dei suoni raccapriccianti che produssi, l’esperienza mi piacque, e decisi di procurarmi una tastiera. Ovviamente ne scelsi una
che si potesse collegare ad un computer. Nel giro di qualche mese le nostre strimpellate divennero abbastanza
regolari e divenni effettivamente parte di un gruppo chiamato Papermill. Quando iniziai a suonare mi venne naturale occuparmi anche di ingegneria del suono e nel corso degli anni ho imparato ad utilizzare molti dei software che vengono comunemente usati in questo campo. Successivamente cominciai anche a sviluppare io stesso programmi per
l’elaborazione del suono, soprattutto al fine di fare esperimenti su idee che man mano mi venivano in mente riguardo a questo settore.

D: Sempre parlando di musica, il tuo spirito fai-da-te prosegue anche nella produzione musicale stessa. Anche in questo caso l’informatica ti è stata utile e come?

R: Sì, sarà per via delle mie esperienze precedenti, ma per me è assolutamente naturale che la produzione musicale passi attraverso l’uso di strumenti elettronici ed informatici. Penso infatti che il computer apra una quantità enorme di nuove
possibilità in questo campo, che va dalla creazione di strumenti che non esistono nella realtà, all’utilizzo di nuove interfacce che permettano un uso via via sempre più naturale di questi strumenti virtuali. Penso che la teoria stessa su cui si basa la maggior parte della musica che ascoltiamo potrebbe essere rivoluzionata da nuove idee applicate a queste tecnologie.

D: Tutta questa esperienza si è poi evoluta naturalmente nel trovare un lavoro nell’industria informatica. Puoi dirci di cosa ti occupi?

R: Sono uno sviluppatore di software nel campo delle telecomunicazioni audio/video, lavoro in una società piuttosto piccola ma abbastanza avanzata dal punto di vista tecnologico. Si tratta purtroppo di un’eccezione nel panorama italiano, perchè la maggior parte delle società con cui sono venuto a contatto fanno uso di tecnologie obsolete ed operano per lo più in settori che sono poco orientati
all’evoluzione tecnologica.

D: Anche se ormai i computer e tecnologie molto avanzate si sono fatte strada nelle case di tutti, sembra che tutta questa potenzialità non
sia così sfruttata, che quasi vada sprecata, perché le persone non riescono a percepire questi strumenti come qualcosa che possa essere
effettivamente utile per aiutarli nei loro campi d’interesse. Quando invece ci si accorge quali potenzialità ci sono alla base,
l’entusiasmo che ne scaturisce può essere il punto di partenza più importante. Possiamo quindi presumere che, nel campo dell’informatica, la
curiosità e l’imparare a fare per conto proprio abbia una grande importanza?

R: Senza dubbio, credo che l’informatica non sia semplicemente una forma di ingegneria e nemmeno un’arte, ma qualcosa che contiene
entrambi gli aspetti, io la paragonerei all’artigianato. Come un artigiano, un informatico parte da un progetto che si deve fondare su basi teoriche, ma molto spesso sono la qualità della realizzazione pratica e l’attenzione ai dettagli che conducono ad un prodotto di successo. Questa capacità la si acquisisce con l’esperienza. Un altro elemento fondamentale per chi lavora in questo campo è che si deve avere sempre la voglia di migliorarsi e di conoscere le ultime novità. Non solo per potersi vendere sul mercato del lavoro, ma perchè è proprio questa mentalità che ti fa apprezzare quello che fai ed è la molla che ti fa andare avanti.

D: Nella tua crescita come programmatore, oltre alla tuo naturale interesse per il mondo dei computer, quali sono stati i fattori più importanti? Far parte di una comunità di appassionati, lo studio istituzionale all’università, la possibilità di scambiare e trovare informazioni su internet, l’essere essenzialmente un autodidatta, l’esperienza sul lavoro insieme ad altri professionisti, …

R: Tutti i fattori che hai elencato hanno contribuito in modi diversi ed ugualmente importanti. L’essere un autodidatta mi ha insegnato a  cavarmela da solo, a volte dovendo ricorrere a “reverse engineering” ovvero dovendo scoprire per tentativi come si facesse per ottenere un certo risultato. E’ un’esperienza che mi ha permesso di capire fin dove arrivano le mie capacità e come affrontare qualcosa di completamente nuovo.
Lo studio mi è servito per imparare ad analizzare i problemi ad un livello più astratto e matematico. In generale l’università mi ha obbligato ad approfondire anche tutti quegli aspetti un po’ più noiosi ma altrettanto importanti, che altrimenti avrei tralasciato. Un altro merito dell’università è che mi ha fatto capire quanto sia importante documentarsi, perché i problemi che ci si trova ad affrontare non sono quasi mai del tutto nuovi.
Collaborare con altre persone mi ha portato a dover fare delle scelte su come organizzare il lavoro di gruppo e come dividere le responsabilità relative alle diverse componenti di un progetto. Lavorare con altri è totalmente diverso che lavorare da soli. Svolgendo questa professione assieme ad altre persone ci si rende conto quanto sia importante la comunicazione all’interno del gruppo. Non me lo sarei mai aspettato, ma anche il mio stile di programmazione è molto cambiato rispetto a quando lavoravo da solo. Un tempo mi interessava solo la pura efficienza a scapito di qualsiasi altro aspetto. Oggi gran parte dei miei sforzi tendono invece nello scrivere del codice che sia il più possibile elegante, semplice, e facilmente comprensibile da altri o da me stesso in un secondo momento.

D: Rispetto a quando hai mosso tu i primi passi nell’informatica, le cose sono cambiate parecchio. Come dicevamo già all’inizio oggi computer e tecnologia sono così diffusi che li danno quasi per scontati, e non si ha quasi più la curiosità di esplorarne le vere capacità.
Avresti qualche consiglio da dare, per chi invece comincia oggi ad appassionarsi a questo mondo e non volesse perdersi nell’immensa quantità di informazioni e possibilità che avrebbe a disposizione?

R: Sono cambiate moltissime cose. Quando ho iniziato io accendevi il computer ed immediatamente compariva un cursore lampeggiante con cui dovevi scrivere delle righe in linguaggio BASIC per poter fare qualsiasi cosa, anche solo per giocare. Questa modalità poteva intimidire l’utente medio, ma senza dubbio ha guidato molte persone verso un uso “non consumistico” dell’informatica, dato che imparare un linguaggio di programmazione era un passo molto naturale per chiunque avesse un computer. Il manuale stesso che trovavi nella scatola era sostanzialmente un manuale di programmazione più che un manuale “d’uso”. Oggi siamo all’estremo opposto, in quanto la distinzione tra “utilizzatore” e “produttore di contenuti” è portata all’estremo. Questo ha avuto il vantaggio di portare un computer in tutte le case e in tutti gli uffici, ma allo stesso tempo ha reso più contorta la strada per chi voglia imparare come funzionano le cose ed andare oltre l’uso di software già pronto.
L’altro problema che ci si trova a dover affrontare oggi è il bombardamento di informazioni e distrazioni, dovuto soprattutto ad Internet con le sue news, le chat, i social networks. Oggi per un neo-programmatore è fin troppo facile cercare la soluzione ad un problema su Google senza  nemmeno capirne il significato piuttosto che ragionare e trovare la soluzione da solo. Ovviamente sarebbe anacronistico non fare uso della rete al giorno d’oggi, ma penso che il miglior consiglio che posso dare a chi sta iniziando sia di imparare a liberarsi da queste distrazioni e di non
accontentarsi della soluzione già pronta, ma per lo meno fare uno sforzo per comprenderla.

D: Per quanto ci siano ormai enormi multinazionali, il mondo della programmazione ha da sempre dato grandi possibilità anche a piccole
realtà e a singoli che abbiano capacità e buone idee. Ancora oggi gli stessi colossi puntano molto sul mercato degli sviluppatori indipendenti: Apple e il suo App Store con le applicazioni per i suoi iPod, iPhone e iPad… Microsoft e il supporto che da ai creatori indipendenti di videogiochi… software house e produttori di pc che supportano Linux e il software libero… quanta effettiva libertà e possibilità ha oggi chi vuol fare per conto proprio e quali invece sono i rischi che si trova ad affrontare se volesse invece passare tramite i canali di questi “padroni dell’informatica”?

R: E’ senz’altro vero che negli ultimi anni sia iniziato un trend che sta riportando in auge il singolo sviluppatore e la piccola start-up. Apple è stata la prima ad introdurre il modello “App store” ovvero l’idea un negozio virtuale su cui qualunque sviluppatore possa pubblicare i propri prodotti software, ed è stata seguita da molti altri. Questo modo di distribuire il software permette di avere una certa visibilità anche alle società più piccole, che si trovano finalmente a poter vendere i propri prodotti direttamente agli utenti finali. Penso che a lungo termine il rischio è che la competizione in questo settore sarà talmente alta che diverrà sempre più difficile ottenere dei profitti in questo modo. A questo si aggiunge il fatto che le società che gestiscono questi negozi virtuali richiedono delle percentuali sui ricavi non indifferenti (solitamente il 30%). Siamo comunque in una fase in cui c’è ancora molto spazio per le nuove idee, anche perché gli smartphone, i tablet ed in generale i nuovi device che si stanno diffondendo, hanno potenzialità enormi che finora sono state sfruttate solo in parte. Credo quindi che questo sia un ottimo momento per chi ha voglia occuparsi di questo settore, purché abbia un’idea originale e riesca a raggiungere un buon livello qualitativo.

D: Torniamo a te. Personalmente sei soddisfatto di quello che riesci a fare, o vorresti fare di più? se avessi la bacchetta magica e potessi
esprimere un desiderio riguardante questa tua passione, cosa vorresti? un’azienda tua, tempo e denaro per sviluppare qualche progetto, …?

R: Vorrei poter fare molto di più, ma come molti altri porto avanti i miei progetti pseudoartistici soltanto nel tempo libero, che è limitato.
L’idea di avere una mia azienda e dei fondi per sviluppare un progetto è sicuramente allettante, è un’idea che ogni tanto considero e magari
potrebbe anche realizzarsi prima o poi. In ogni caso penso che non rinuncerò mai a quella specie di sperimentazione libera che è da
sempre il mio hobby. Mi sembra che molte persone si accontentino passivamente di quello che la società gli propone, vedo poca fantasia nel modo in cui molti passano il proprio tempo, nei modi in cui scelgono di divertirsi. Se devo esprimere un desiderio vorrei quindi vedere un cambiamento di mentalità, mi piacerebbe vivere in mezzo a gente che abbia voglia di fare cose nuove, che abbia progetti, anche ambiziosi, e abbia voglia di rimboccarsi le maniche e provare a realizzarli anche solo perché provarci è divertente.

D: Per concludere immagino che chi abbia letto questa intervista, sia curioso di vedere qualche risultato pratico di ciò di cui abbiamo parlato. Abbiamo detto che sei programmatore, suoni in un gruppo, produci musica tua, e so che sei appassionato di fotografia. Vorresti darci qualche link a spazi dove trovare il prodotto di queste tue passioni?

R: Per chi fosse interessato alle demo, consiglio un paio di siti di riferimento da cui si possono avere informazioni e scaricare le ultime
produzioni: qui oppure qui (entrambi in inglese). Ultimamente molte demo vengono anche convertite in filmati che vengono poi messi su Youtube, quindi per chi voglia semplicemente farsi un’idea di cosa sia una demo posso consigliare per esempio:

oppure


Le demo a cui ho partecipato (nei gruppi d0d e Apocalypse Design) risalgono a diversi anni fa e non sono pensate per girare sui computer
di oggi, inoltre non sono presenti su Youtube.

Per chi fosse interessato allo sviluppo di software musicale posso proporre un paio di miei progetti Open Source: Knack è un prototipo di sintetizzatore modulare che può funzionare con una tastiera MIDI e/o con una tavoletta grafica. Allo stato attuale è da considerarsi più un prototipo che un prodotto finito, lo consiglio quindi soltanto a chi abbia voglia di impararne il funzionamento e magari andare avanti con lo sviluppo. Sia il programma che il codice sorgente sono disponibili a questo indirizzo. PortAudioSharp invece è una libreria che permette di accedere direttamente alle funzionalità della scheda audio utilizzando il linguaggio C#. A questo link.

In campo musicale c’è il sito del mio gruppo di cui si può anche ascoltare qualcosa qui. Oppure qualche mio esperimento personale Questi tre link contengono del materiale un po’ datato, ma a breve spero di riuscire ad aggiornarli con qualcosa di recente.

Riguardo alla fotografia al momento non ho una vera e propria raccolta online, ma sicuramente prima o poi ne preparerò una, nel frattempo
posso dare l’indirizzo del mio blog, sul quale di tanto in tanto pubblico gli ultimi aggiornamenti riguardo i miei progetti (in inglese).

SOFTWARE AUTOPRODOTTI PER UNA CARRIERA NEL D.I.Y. di Ashley J. Williams su NIHILISMI#0