MUSICA DI MERDA

 


Questa rubrica è una risposta insolente a una domanda che nessuno aveva fatto. Inopportuna , arrogante, fuori luogo e fuori tempo massimo. Tratta di dischi, musicisti e, perché no, compositori, sempre che cotanto titolo si addica al marciume a cui ci dedicheremo, che hanno fatto la storia del noise. Dischi che nonostante gli anni ancora bruciano di creatività e di vita e ancora fanno male.

Ovunque, anche su queste pagine certo, si cerca affannosamente di cavalcare l’onda delle novità e allora ha senso parlare di un dischi che magari risalgono a decenni fa e di cui neppure la ristampa è recente? E’ necessario trovare un pretesto, un anniversario, un compleanno, per parlare di qualcosa? La novità è necessariamente un valore? (La scomparsa del buon gusto, come e più dei cambiamenti climatici, è un fattore con cui saremo costretti a fare i conti sempre più in un futuro ahimè non così remoto come sperereste: l’anno scorso di tutta la gente che sono andato a sentire mi hanno sconvolto solo i Jesus Lizard, i Melvins e gli Oxbow che hanno cinquant’anni, quest’anno ho iniziato coi Nomeansno che ne hanno sessanta  e mandano a casa a studiare a calci nel culo gente con la metà dei loro anni e ciò significa che per cominciare ci stiamo giocando il rock’n roll. Ricordatevi di queste parole quando vedrete passare i Melvin, i Jesus Lizard, gli Oxbow e i Nomeansno su una lastra di ghiaccio della calotta polare alla deriva!). Credete davvero che i dischi appena usciti siano“nuovi”? Quali di questi dischi “nuovi” vi stura le orecchie e vi fa esplodere il cervello come quelli che uscivano in gran quantità un tempo e mentre li ascoltavi capivi che era roba che scottava? Mi rendo conto che all’alba dei trent’anni ho iniziato a parlare come i reduci degli anni settanta che erano andati a vedere Jimi Hendrix all’isola di Whight e tanto musica così non se ne fa più però intanto si perdevano i This Heat, i Sun City Girls, i Dead C, gli U.S. Maple e gli Old Time Relijun…io che cosa mi perdo? Perché dovrei sprecare il mio e il vostro tempo in questa valle di lacrime che ricordiamolo, come la memoria del mio/vostro hard disk non è infinito, col  nuovo disco degli Africa Unite, dei Toy Orchestra, dei Baustelle o di qualsiasi altra puttanata che uscirà da qui a quando verrò epurato dalla redazione a causa della mia supponenza?

Ciò di cui vi voglio parlare è  MUSICA ELETTRONICA VIVA: la formazione che ha il dubbio privilegio di essere annoverata fra i padri (ig)nobili di tutto il rumore che vi è passato a duecento all’ora ad un centimetro di distanza mentre ballavate il nuovo singolo di Shakira.

Difficile da credere, ma ci fu un tempo in cui nel nostro Paese si faceva cultura. Non la solita brodaglia tronfia e vetusta e inutile: cultura vera. Nelle scuole si imparava davvero della roba, c’erano degli intellettuali degni di questo nome ( Mi spiace che sia io a dovervelo dire ma erano tutti di sinistra. Quando andavo a scuola –ora non so- quelli di destra e i ciellini si lamentavano che la cultura in Italia era sotto l’egemonia della sinistra…che posso dire…STUDIATE PURE VOI!), e per i più stupidi in tele c’erano degli sceneggiati che comunque erano meravigliosi. (Non abbattetevi perché la soluzione, l’unica possibile è vicina! Il mai abbastanza vilipeso Sandro Bondi infatti è riuscito dove neppure un cervello del calibro di Francesco Rutelli aveva fallito: dare il colpo di grazia definitivo alla cultura in Italia che, come Eluana Englaro voleva solo morire con decoro prima di vedere concerti di nazi skin finanziati coi soldi dei contribuenti. Così grazie al taglio dei fondi destinati alla cultura che comunque erano già ridicoli non avranno luogo molte delle bellissime iniziative culturali che si tenevano nel bel Paese tipo l’ennesimo allestimento dell’Aida ad opera di Zeffirelli, il prossimo film con Margherita Buy e Silvio Orlando sul valore della famiglia oggi in Italia, poi, a Iddio piacendo, non si terrà quell’incubo di chirurgia estetica e pelletteria kitsch ommini ingruattati e fimmene pittate della prima della Scala e non verrà realizzata la prossima fiction di Rai Uno sul parroco detective -sempre che i fondi da destinare alla Rai dipendano dal Ministero della Cultura e io spero proprio di sì- Dopo i tagli di Fontana i tagli di Bondi! Niente male per uno che scrive poesie che sono più brutte degli acquerelli di Hitler! Bel colpo Sandrone!)

In quegli anni (che, ricordiamolo, erano comunque anni di Democrazia Cristiana e non si scherzava un cazzo), in un paese arretrato in ogni campo ma con impressionanti e mai più ripetuti slanci in avanti (A meno che non consideriate una grande vittoria il fatto che in mezzo mondo indossino quegli ecomostri di vestiti confezionati dagli schiavi della camorra di cui le nostre avvenenti ministre vanno così orgogliose), un manipolo di accademici stava creando dal nulla la musica più eversiva del secolo ( che strana contraddizione se ci pensate). Erano gli anni dello Studio di Fonologia della Rai, i compositori giravano col camice bianco ed aveva un senso attraversare l’oceano per venire a studiare musica in Italia.

Non era così inconsueto quindi, che un gruppo di futuri compositori, allora imberbi studenti, trovatisi a Roma per frequentare i corsi di Pietro Grossi e Luigi Nono, decida  di allietare il pubblico italiano abituato a Claudio Villa con delle esibizioni musicali.

Le cronache narrano di performance inimmaginabili nei posti più disparati, non ultima la cripta

della chiesa americana di St. Paul.

Quando non era neppure possibile immaginarlo i Nostri armeggiavano con microfoni a contatto e sintetizzatori autocostruiti anticipando il circuit bending, l’improv radicale, persino l’harsh noise, con un atteggiamento assolutamente antiaccademico quando non provocatorio.

Rivendicavano l’assoluta indipendenza artistica e tecnica dall’industria musicale del periodo, rimanendo orgogliosamente fuori dal contesto accademico (seppur illuminato) del tempo, operavano in assoluta povertà di mezzi (Indelebile la foto dei MEV che fanno le prove in un capannone pieno di rottami che sembra sia stato appena bombardato!) ed erano sempre ben disposti ad evidenziare il carattere assolutamente anticommerciale della loro musica.

Mai come in queste caso tutte queste cose sono state assolutamente vere.

Dal libretto del cofanetto celebrativo si apprende inoltre che i nostri avevano anche una simpatia per la nascente controcultura del bel Paese e suonavano in università e fabbriche occupate. Nel corso degli anni, nelle varie line up che MEV ha assunto, inevitabilmente i toni si sono un po’ smorzati e si sono tenuti concerti in sedi istituzionali come gallerie d’arte e festival sponsorizzati dalle istituzioni, però a me piace credere che abbiano portato un po’ di scompiglio nel salotto buono.

La prima testimonianza registrata giunta sino a noi (periodicamente ristampata da etichette sempre minuscole, a dimostrazione del fatto che l’esperienza MEV sia rimasta un oggetto non identificabile che ha continuato a sguazzare a testa bassa nell’underground. A me piace accostarla alla narrativa di William Burroughs. Due cose difficilmente assimilabili che ancora sono in grado di ferire e disturbare. Due piccoli territori non colonizzati in un mondo dove qualsiasi estetica diventa nel giro di un battito di ciglio materiale per uno spot pubblicitario come evidenzia il solito affilato Valerio evangelisti in vari interventi) è una performance registrata a Colonia dal titolo “Spacecraft”.

Nei solchi brucianti di questo manufatto dal nome certamente rivelatore ci sono già tutti i Borbetomagus e i Wolf Eyes, passando dai Throbbing Gristle.

Anno di grazia 1967.

Non esiste un musicista impegnato in questo campo OGGI che non debba pagare tributo a MEV e fra questi pochi sono in grado di reggerne il confronto.

Sì, c’erano già stati John Cage, David Tudor e gli altri a prendere fischi dai benpensanti (Ma adesso che ci penso un po’ di applausi John Cage se li è presi quando a fine anni cinquanta ha partecipato a “Lascia o raddoppia” portando come argomento i funghi. Era molto preparato e vinse una cifra per l’epoca ragguardevole –molto più di quanto non sia riuscito a mettere insieme con la musica in precedenza –   Dopo una piccola esibizione il nostro si è sentito dire dall’indimenticabile Mike Bongiorno “Ah, lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio il contrario: che la sua musica andasse via e lei restasse qui”), ma roba di questo genere non si era mai sentita a questi volumi e con questo impatto frontale, prima di MEV i compositori d’avanguardia, anche quando teorizzavano il rumore più atroce erano…beh, compositori d’avanguardia! E’ grazie a gente come MEV, AMM o i minimalisti che i fautori della musica più sofisticata iniziano ad essere dei giovinastri scapigliati. Sempre nel libretto allegato al cofanetto celebrativo della New Worlds aleggia il concetto che uno dei meriti di MEV sia stato quello di avvicinare la musica colta alle masse incolte. Che detto così fa raccapriccio perché pure uno squallido come Giovanni Allevi o quegli urtimi che fanno le più famose arie dell’opera di tutti tempi con arrangiamenti metal si sono messi in testa che questa è la loro missione su questa Terra (e questo ci da tristemente la misura di quanto siamo incolti rispetto alla massa incolta che lasciava il paesello con una valigia di cartone piena di sogni per andare in città a sentire “Spacecraft”!!!  Dove c’era l’erba ora c’è una città però in compenso siamo ancora più bbestie!), anzi fa specie che ai tempi si avvicinasse la massa con musica che più che musica è una granata sui coglioni!

A quanto pare funzionava.

Già, ma cosa c’è in “Spacecraft”?

Spacecraft è un mostro che si dibatte e barrisce nella gabbia di un circo itinerante e morde le sbarre.

Spacecraft è un agente mutageno ribollente.

É l’ultimo rantolo della civiltà industriale.

É una provocazione bella e buona.

É un pezzo del nostro futuro scagliato nel 1967.

É una presa per il culo.

É l’orribile agonia di tutto quello che è stata arte, musica, bellezza in uno snuff movie proiettato sullo schermo della realtà.

É la colonna sonora del vostro tumore al cervello.

É la fredda solitudine di una gigante rossa ha incenerito l’unico pianeta abitato del suo sistema.

É l’angoscia di un brutto trip che non finisce mai.

É un buco nero che ci ha risucchiati tutti.

É la nuvola di polvere sollevata da un esercito di mistici che cammina fra le rovine delle nostre città.

É la musica lirica della società post-umana.

É un corpo orrendamente sfigurato dalle nanomacchine in preda agli spasmi.

É metallo liquido pensante che infetta la carne in maniera irreversibile.

É una moltitudine di barbari elettrici che fa tabula rasa di tutto quanto considerate bello, giusto e conveniente.

É quello che c’è nella mia testa.

É tensione pronta ad esplodere.

É la fine di tutto.

 

MUSICA DI MERDA Part.I di Mario Luzzato Fegiz, su NIHILISMI#0