STILISTI SADICI Vs D.I.Y. GENTILI

MODA / Stilisti sadici Vs. Do-it-yourselfer gentili…

ovvero

Quest’anno va di moda un grosso vaffanculo a coloro I quali se ne escono con affermazioni tipo: “quest’anno il marrone è il nuovo nero”.

Preludio

I tempi sono maturi per rivelare un segreto. Il mondo della moda è molto meno scintillante di quanto si pensi normalmente. Di quello che si vede nei film resta solo lo squallido arrivismo. In Italia, poi, è addirittura peggio: un settore industriale come un altro, che ha campato di rendita per un ventennio per trovarsi completamente impreparato al cambiamento dei primi 2000. E poi prendersela con il made in China. Insomma, un panorama deprimente. Ma almeno abbiamo dei begli oggetti con cui adornare i nostri corpi. Invece no. Esclusi i marchi dell’extralusso, e neanche tutti, il povero consumatore vessato si ritrova con un prodotto scadente, di durata infinitamente limitata, e con uno stile scopiazzato (male) che andrà di moda sì e no una stagione. Il trionfo dell’inutilità. Senza contare poi che non tutte le proposte sono accettabili. Anzi, sono spesso improbabili. A coronamento della felicità siamo sottoposti a sollecitazioni continue a cambiare il nostro corpo (più magri, più muscolosi, più alti, più giovani etc…)per uniformarci ad un ideale di bellezza che il prossimo decennio sarà cambiato, lasciandoci indietro. Insomma, ok che la moda è effimera ma qui mi sembra che si esageri. Così, se non ci piace essere trattati come degli esseri inadeguati e utili solo come consumatori, i moti di ribellione vengono naturali. Eppure sembra non essere possibile liberarsi dalla schiavitù. Ma se fortissimamente vogliamo, qualcosa, forse… Qui bisogna però essere chiari… Non viviamo nell’Ottocento, o nell’Italia del secondo dopoguerra. Non possiamo avere un vestito per tutti i giorni e uno per la domenica. Poi sennò puzziamo, e non vogliamo puzzare. (poi se vogliamo puzzare ovviamente il discorso non vale.) Ah, e altrettanto ovviamente Dylan Dog è fighissimo, ma poco reale. Nessun uomo rimorchierebbe tutte quelle donne con gli stessi vestiti per decenni. Quindi, ci serve avere vestiti in numero sufficiente, ma dobbiamo comprarne il meno possibile. Allora decidiamo di farceli da soli. Aspiriamo ad essere liberi di vestire come vogliamo, senza pressioni psicologiche e senza scendere a compromessi con dei tipi strambi che decidono che un anno “il marrone è il nuovo nero” oppure “l’inverno solo in sandali” o chissà che altre impossibili regole. Decidiamo di creare da noi i nostri abiti perché chi paghiamo per questo non li fa come piacciono a noi, non li fa nella nostra taglia, in breve non li fa per noi. Per cui scatta l’ora del do it yourself.

Imparare. Informazioni pratiche ed esortazioni.

Farsi i vestiti da soli non è affatto semplice, non si improvvisa e costa fatica. Ma come tutte le cose che costano fatica, da un sacco di soddisfazioni. E di incazzature. Sì perché i primi tentativi saranno disastrosi, a meno che non siate dotati di una manualità fuori del comune. A quel punto vi invidierei. Ma in questa impresa non sarete soli. No, non sarà l’autrice a guidarvi, non è abbastanza preparata. Invece esiste un vero esercito di do-it-yourselfers che sono tanto carini da condividere con il mondo le loro prove, i loro errori e soprattutto le loro vittorie, tramite il tutorial, ovvero una spiegazione passo passo, (spesso con foto o addirittura filmati) del processo dall’inizio alla fine. Dove? Domanda più che banale. Su internet. Perché, in questo mondo bieco e materialista, loro condividono?Prima di tutto perché sono persone gentili. Poi perché sono do-it-yourselfers. E questo significa che sono passati per le stesse frustrazioni che state provando, e si ricordano quanto è stato difficile per loro capire come fare quella specifica cosa nel modo più giusto, e quanto sarebbe stato più bello se avessero potuto imparare da qualcun altro. Insomma i diyers vivono in questa sorta di circolo virtuoso dove X ha inventato una nuova tecnica, la condivide con tantissimi Y, che la condivideranno con tantissimissmi Z etc…fino ad arrivare al nostro caro lettore. Naturalmente non sono tutti così. Molte persone tengono strette le loro tecniche, i loro sistemi, i loro modelli, per paura del furto intellettuale. Questa è una questione sulla quale si potrebbe dibattere all’infinito. Infatti, è comprensibile che non si voglia regalare ciò che è costato tanto sforzo, ma soprattutto questa posizione di chiusura nasce da una esigenza di onestà. Onestà che ci si augura di trovare nel prossimo, ma che non viene garantita da nessuno. Non esiste, e sarebbe comunque arduo crearla, una legislazione in merito. Ci si affida alla buona fede e, spesso, a frasi preconfezionate con questo concetto: “prendi questo tutorial, è gratis, ho fatto la fatica di scattare decine di foto mentre lavoravo e di scrivere una dettagliata spiegazione e ti regalo tutto questo. Tu però non vendere ciò che hai creato grazie al mio sudore”. Insomma, il creatore del tutorial si trova nelle condizioni di dover dipendere dalla sincerità di chi guarda. Da qui, la decisione di alcuni di non condividere. Ed è un peccato. Non solo perché si ha meno materiale cui attingere, ma soprattutto perché questo comportamento interrompe una catena potenzialmente infinita (barriere linguistiche permettendo) di idee. Tempo fa vidi su un forum una ciotola che sembrava di vera ceramica, ma creata con della carta. Come? Non lo sapremo mai, perché la diyer (cui sono state chieste informazioni da moltissimi, vista l’originalità dell’idea) ha spiegato che, avendo avuto esperienze negative, si rifiutava di entrare nel dettaglio sulla tecnica di lavorazione della carta di sua invenzione. Quella tecnica si perderà con lei. Eppure non si può condannarla. La colpa di chi è? Di chi gioca sporco. Per questo dobbiamo essere onesti al 100% e decidere di non lucrare sulla creatività, e sull’inventiva di chi si fida di noi. Solo con questo presupposto si può iniziare l’autoproduzione di abbigliamento. Visto che siamo tutti d’accordo, andiamo avanti. Da dove cominciare. La cosa più naturale del mondo è fare un milione di pensieri su tutti quei vestiti meravigliosi che domani avremo in mano. Niet. Con calma. Rilassatevi. Come direbbe il maestro Miagi (e se non sapete chi è, andatevelo a cercare) “prima impara a camminare, poi a volare”. Il primo passo è meglio che sia una “recon”. Recon sta per reconstruction, e vuol dire prendere qualcosa che già si ha e trasformarlo in qualcosa di diverso. Molte recon sono ardue e complesse, a volte più ancora della costruzione da zero. Non sono quelle da cui dovrete iniziare. Piuttosto avete presente quella maglietta del concerto di (inserire nome) che avete comprato perché non potevate non comprarla ma vi sta enorme o strettissima e quindi non la mettete mai? Oppure vi ricordate quella camicia vecchia che il vostro ex ha lasciato in casa? Non buttatele, possono essere recuperate e portate a nuova vita. Senza dare troppe spiegazioni, una maglietta grande può essere semplicemente rimessa a misura, se ne può cambiare il modello, può essere decorata in un milione di modi. Avvertenza: darvi al diy vi porterà a conservare un sacco di cose che potreste buttare, perché “posso sempre rimetterlo a posto”. Si consiglia quindi di usare un po’ di testa. Comunque rimettere mano ad un abito può aiutare (se avete abbastanza tempo) a risolvere o alleviare la crisi del niente da mettersi. Se invece siete temerari, potete affrontare le basi della creazione di un capo da stoffa e filo. Sappiate che è difficile andare da qualunque parte senza un cartamodello. Un cartamodello, se non si fosse capito, è un modello in carta (velina, perlopiù, ma va anche bene la carta da pacchi) che servirà come base per tagliare la stoffa nel modo giusto. Ci sono molti marchi che vendono cartamodelli già pronti in diverse taglie, ma per un risultato ottimale (e più in linea con lo spirito di chi autoproduce), è meglio cercare di partire da qualcosa che abbiamo già nell’armadio, che ci vesta in modo confortevole e che ci piaccia. Scegliete sempre qualcosa di facile. Analizzatelo, e se è abbastanza vecchio e sacrificabile, scucitelo, guardate come sono fatti i singoli pezzi, copiate i contorni e buttatevi. Questo non vuole essere un tutorial, ma un suggerimento. Potete altresì decidere di investire nell’acquisto di un manuale per le scuole che vi aiuti, oppure c’è internet. In rete i cartamodelli vengono venduti (a prezzi comunque molto contenuti) da chi li produce, a volte persino condivisi (ma è più raro). Il limite è che vanno stampati, e a meno di non avere un plotter a casa, è ben difficile. Un’altra cosa importante da sapere è che i materiali hanno prezzi variabilissimi. Sta al diyer decidere se si vuole usare il tessuto firmato o quello economico, il nastro in seta o quello in poliestere. Il consiglio è quello di andare al risparmio per i primi tentativi, e salire di qualità (e prezzo) solo quando si è abbastanza sicuri. Soprattutto considerato che le prime creature potrebbero nascere deformi. Le regole di base sono: curiosità, determinazione e pazienza. Al mancare di una sola di queste, vi fermerete.

 STILISTI SADICI Vs DO-IT-YOURSEFLER GENTILI di Konnie Cardullo su NIHILISMI#0