Calcutta è un taglio

Calcutta è un taglio

Strano, qui nessuno ci ha chiesto di toglierci le scarpe.

E la sacralità? Lo spirito del tempio? Forse che i seguaci di Kali sono degli informaloni? I giainisti hanno insistito tanto, i musulmani non ne parliamo, ora invece…

Poi, entrati nel cortile, notiamo le strisciate di sangue – tantone, roba di cadaveri trascinati, guardi, uno schifo signora mia – mescolate a terra e piscio che ricoprono tutta la pavimentazione, e capiamo il perché pochissimi degli indiani presenti si siano levati le ciabatte.

Il piccolo coreano che è entrato con noi si è invece scalzato. Tanta fortuna soldato.

Responsabili dell’irrigazione sono gli agnellini spaventati (agnellini spaventati, roba forte) in fila per la mattanza. Del piscio e del sangue cioè, la terra è gentilmente offerta dalla pro loco West Bengal.

A prescindere dal grado di autocoscienza degli ovini e dall’eventuale consapevolezza di andare incontro alla morte, UNA SANTA MORTE, RICORDIAMOLO, essi si emozionano, xè putei, dunque pisciano.

Poi gli viene mozzata la testa, dunque sanguinano.

In conformità con le leggi della logica e della biologia. Sad but true.

Con gli occhi allegri da italiani in gita, ci uniamo al nugolo di ragazzini assiepati intorno al piccolo altare dove per tutta la mattina si susseguono i sacrifizi, un grazioso GAZEBO DELLA MORTE che non sfigurerebbe in un giardino all’inglese, in attesa del prossimo evento.

Siamo ragazzini anche noi in definitiva, o peggio, noi che la fregola per il sangue la camuffiamo con un qualche interesse antropologico, noi che cinici spettatori ecc.

No, questa parte la saltiamo. Magari leggete il sunto sulla Lonely Planet e preparatevi bene sul capitolo India, terra misteriosa, ricca di contraddizioni, che quello lo chiedono sempre.

Comunque, il momento arriva.

NEPAL-HINDU-RELIGION-FESTIVALIl mistico macellaro in piedi di fianco all’altare pulisce la sciabola (è in missione per conto di dio e tradisce infatti un certo orgoglio, solo smorzato dalla ripetitività dell’atto). Una sciabola tanta, peraltro.

Viene condotto l’agnello, il collo appoggiato senza fatica sul trespolo di pietra al centro dell’altare, già lucido per gli ettolitri di sangue versati prima del brunch.

Qualche timido belato, il corpo è paralizzato dal terrore, la vescica ormai non ha più niente da dare.

L’agnello diddio che toglie i peccati del mondo. Pora bestia, gli dice male in tutte le lingue.

La sciabola si solleva e….

…PROPRIO IN QUEL MOMENTO….

…Niente, la testa dell’agnello viene mozzata di netto e raccolta in un catino d’ottone, hurrà per noi.

Non avevo mai assistito a una decapitazione, fa un po’ brutto.

Sul piano tecnico, si osserva che

Dalla parte del tronco, la carotide tranciata continua a pompare sangue con quieta regolarità, non produce un getto a spruzzo (sì, era prevedibile, troppi film giapponesi).

Il pezzo di carotide che spunta dalla testa tagliata si dibatte come una canna dell’acqua impazzita, ma per poco.

Staccata dal corpo, la mandibola scatta un po’ di volte, tactactactactac, per la contrazione nervosa (come se sapessi di cosa sto parlando).

Al coreano arriva uno spruzzo sugli occhiali, dentro di me vorrei che vomitasse per dare un respiro più trash a tutta la kermesse, ma è un duro, lo guardo solidale.

Un socio del macellaro, mistico pure lui, porta in giro la testa d’agnello, infila due dita nelle arterie sgocciolanti e asperge generosamente le fronti dei presenti (quasi tutti bambini, più due coglioni occidentali e un coreano cazzuto). Fa pure gli scherzi, schizzando quelli lontani come se fosse all’Acquafan di Riccione.

Nel farlo, sorride gioioso. I bambini pure loro, non stanno più nella patta dalla felicità, ‘sti figli di Satana.

Sono tutti proprio contentoni, come davanti a una confezione di raudi. YEEEE, ORGIA DI SANGUE!

Chiusa la simpatica parentesi della benedizione, seguiamo un po’ le vicende del resto dell’agnello (fosse un carlino farebbe riderissimo. Troppo inglese?), che viene portato in fondo al cortile, nell’angolo dei tizi pesi. Altro che sciaboloni di rappresentanza, qui si maneggia u curteddu, e con perizia.

Ed è lì che capiamo che il macellaro era solo un guappo di cartone: il vero boss, il titolare della macelleria metafisica, è un tipo a forma di cassettiera, con la canotta e i pantaloncini da basket elegantemente traforati, la faccia di Zapata (occhioni guancioni e baffoni, tipo ferroviere calabrese) e un mullet di rara audacia, come solo in Germania negli anni ’80..Gli occhi, fatti duri.

È lui che dirige le operazioni, è lui che appende l’animale, lo strizza un po’ per fare uscire il sangue che viene raccolto in catino, pratica due tagli sulle zampe posteriori e inizia da lì a scuoiare la carcassa, lasciando solo queste due calzette pelose – dettaglio sfizioso per un ulteriore appagamento sensoriale: il rumore è simile a quello della tappezzeria che viene staccata – Fatto ciò, passa il tutto a un sottoposto, che si occupa dello smembramento.

Poi si accende una paglia, con fare assorto. Penserà al mutuo da pagare? Alla caducità della vita? Alla figlia che vuole il motorino? Al discutibile campionato della Dynamo Bangalore? Al suo sporco lavoro che le mani non vengono mai del tutto pulite?

E chi lo sa, non so come si dica “un soldino per i tuoi pensieri” in bengali. Poi minchia zio quello mi lama.

La sete di sangue è stata placata. La mia almeno, che già era pochina e ora mi sento colpevole e infastidito da tutta questa truculenza (in fin dei conti è un sacrificio rituale, mica una crudeltà gratuita – AHAHAHAHAHAHAHAH – ma a guardarlo per troppo ti senti decisamente merda, ah l’ipocrisia ecc ecc), quella di Kali manco per il cazzo, non si ferma mai e infatti la fila di agnelli in procinto di salutare li mortacci loro è ancora lunga.

Ci leviamo, ora possiamo vedere ‘sto cazzo di tempio, à l’intérieur (paura eh?)

Beh, l’intérieur parrebbe altrettanto trucido. Buio buio, niro niro, appena entrato mi sento afferrare la caviglia. Maccheccazz…

Gli occhi si abituano all’oscurità e vediamo che il minuscolo corridoio è ricoperto di mutilati, storpi e altre figure macilente che, tra lo sdraiato e l’accovacciato, questuano smanaccianti.

Lo spazio è angusto, i fedeli sono tanti, i mendicanti pure, è una specie di piccola marea umana che si struscia e si spintona, convergendo sulla piccola cella che custodisce una statua di Kali nera, stilizzata linguacciuta e pronta a spaccare culi, ricoperta di monili, corone di fiori, incensi e tanta devozione. I fedeli sono in una specie di trance, o vogliono dare l’impressione di esserlo. In ogni caso penso che mi strapperanno il cuore. Maledetto Indiana Jones, IO MI FIDAVO DI TE.

Il tutto sembra creato ad arte per mandare in deliquio le signore inglesi di un secolo fa. La calca, il buio, i monchi, le mani (chi più chi meno), l’estasi mistica, Kali con la lingua di fuori, le impronte di sangue e…”Cielo!” SBAM, milady è svenuta, portate i sali e il gin, presto!

Sono molto colpito da tutta la faccenda, fossi una persona meglio lo sarei di più, ma lo stesso non si scherza.

È tempo di uscire, forse non torneremo mai più al tempio di Kali, ma per il resto della nostra vita porteremo nel cuore le unghie del vecchio con la faccia bruciata che ha cercato di strapparcelo dal petto per offrirlo alla dea. Ci hai provato amico.

Usciamo, fuori c’è Calcutta, l’India e un po’ più in là Rovigo. E altri enormi quantitativi di sangue e merda.

Un impasto poco nobile, ma più che sufficiente per edificare feticci da venerare, lì come qui.

La chiamano spiritualità, figlio (MA CHE BELLA METAFORA DEL CAZZO).

E pure questa giornata se l’emo tramortita.

 

di Pilade Fioravanti, Nihilismi#2