ANDROIDOTTI

Giulio AndreottiImmaginate un futuro oscuro e tenebroso, un’orribile distopia lontana dove il regime totalitario è dolcemente comandato da un leader che non morirà mai…altro che Hitler o Mussolini, anche se avessero per sfiga vinto la guerra e non avessero giocato all’autodistruzione il primo e a bungee jumping il secondo, il loro potere non sarebbe durato troppo. Sarebbero dovuto invecchiare e poi morire, ve lo immaginate il Terzo Reich senza Hitler? Che noia, sarebbe stato un nazifascismo tarocco e di serie B, come quello di Franco.

Non temete. Qualcuno ha già pensato anni or sono alla soluzione di questo terribile problema.

Non è una distopia lontana, non è la Svastica sul Sole, è qui, oggi…andiamo, credete veramente che Andreotti non sia un robot?

Lui, il medio, il tranquillo, il cinico, il democristiano, l’acqua cheta che corrode i ponti! Colui che è stato:

– sette volte Presidente del Consiglio (tra cui il governo di “solidarietà nazionale” durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979)

– otto volte ministro della Difesa;

– cinque volte ministro degli Esteri;

– tre volte ministro delle Partecipazioni Statali;

– due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria;

– una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie.

Lui, il simbolo indiscusso del POTEREEEEEEE (bisogna leggerlo alla Wretched) che meglio rappresenta l’archetipo del politico-burocrate, preciso, bruttino, di destra ma non troppo, invischiato in mille segreti e in mille oscuri misteri della Prima Repubblica (quel babbo di Grillo, quando ancora faceva il comico e non il …ehm, “politico” disse “Quando Andreotti morirà gli toglieranno la scatola nera dalla gobba e finalmente sapremo tutto!”).

Lui satirizzato e caricaturato in mille forme e dimensioni, simbolo del periodo più intenso e potente della storia italiana: gli anni Settanta.

Il decennio dell’intensità per eccellenza, nel bene e nel male.

Intensità e potenza nell’arte, soprattutto nel cinema, dove i registi si sono liberati dalla schiavitù dei produttori (New Hollywood) e si sono permessi di girare l’impensabile e l’inverosimile: sarebbe un’ingenua utopia quella di credere che al giorno d’oggi i produttori finanzierebbero delle meraviglie come “Salò o le 120 giornate di Sodoma” o “Cannibal Holocaust” oppure “Up!” di Russ Meyer. Col cazzo! Invece negli anni Settanta tutto era possibile, come nella musica, con la nascita dell’heavy metal e dell’hard rock, e con il contrasto fra rock psichedelico-progressivo e la giovane irruenza del punk dall’altra.

Per non parlare della forza dei movimenti politici rivoluzionari, (con Autonomia Operaia e il Partito Comunista al 38 %….sembra un sogno!) o dell’assetto mondiale: la NATO, il Patto di Varsavia col blocco sovietico, i Paesi non allineati….

Ecco. È qui che il potere sfodera la sua astuzia. In un decennio così pericoloso ed intenso, si gioca la carta dell’uomo calmo e pacato per rappresentare le gerarchie del comando.

Da “Androidotti” di Kyle Reese, su Nihilismi#3